Scolaretti a chi?
Si può evitare di comportarsi come scolaretti, troppo succubi dei dettami degli euroburocrati della Commissione europea. Qualcuno aveva preferito dimenticarlo, e invece – ha fatto intendere l’attuale governo annunciando il rinvio del pareggio di bilancio dal 2015 al 2016 – chiedere è lecito, e poi magari sarà anche legittimo ottenere dall’Unione europea una deroga ragionevole ai vincoli di bilancio. Il piagnisteo lettiano dell’“abbiamo già pagato per i salvataggi altrui, ci meritiamo quel che ci spetta”, funziona poco, meglio dunque fornire garanzie serie sulla capacità di riformare il riformabile (e pure l’irriformabile) e invocare una deroga al cappio contabile del pareggio di bilancio, previsto in Costituzione su impulso delle politiche economiche comunitarie.
19 AGO 20

Si può evitare di comportarsi come scolaretti, troppo succubi dei dettami degli euroburocrati della Commissione europea. Qualcuno aveva preferito dimenticarlo, e invece – ha fatto intendere l’attuale governo annunciando il rinvio del pareggio di bilancio dal 2015 al 2016 – chiedere è lecito, e poi magari sarà anche legittimo ottenere dall’Unione europea una deroga ragionevole ai vincoli di bilancio. Il piagnisteo lettiano dell’“abbiamo già pagato per i salvataggi altrui, ci meritiamo quel che ci spetta”, funziona poco, meglio dunque fornire garanzie serie sulla capacità di riformare il riformabile (e pure l’irriformabile) e invocare una deroga al cappio contabile del pareggio di bilancio, previsto in Costituzione su impulso delle politiche economiche comunitarie. Quest’ultima pare la strada preferita da Matteo Renzi.
E’ ragionevole attendersi, infatti, che la crescita più lenta del pil allontani di qualche decimale il raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale. E’ pure legittimo ritenere che, tra debiti della Pubblica amministrazione da smaltire con più fretta e sgravi fiscali da avviare, un aumento del deficit oggi possa essere compensato da un irrobustimento del gettito fiscale domani. Per questo la richiesta del governo non equivale a un salto nel buio, ma a un investimento. Il pareggio di bilancio, ha ribadito ieri il ministro delle Finanze, Pier Carlo Padoan, di fronte al Parlamento, arriverà nel 2016 a causa di “circostanze eccezionali”. Circostanze spiegate – in negativo – dalla lenta uscita dalla recessione e – in positivo – dalle intenzioni di riforma contenute nel Documento di economia e finanza (Def) fatto, tra l’altro, di un piano di revisione della spesa pubblica, privatizzazioni e con in più la promessa di un recupero di produttività del lavoro. Qualcuno, nell’opposizione, si è sentito scavalcato dall’iniziativa unilaterale di Padoan, ma intanto è un bene che ieri il Parlamento abbia approvato il Def e soprattutto il rinvio del pareggio.
S’aspetta il responso di Bruxelles, che in realtà avrebbe poco da criticare. D’altronde la Commissione ha già concesso deroghe pluriennali sugli obiettivi di deficit (3 per cento sul pil) a sei paesi membri, Spagna e Francia inclusi. I francesi sono sotto procedura per disavanzo eccessivo, ancora lontani dal 3 per cento che l’Italia ha già raggiunto due anni fa; e ora Parigi vuole dilatare ancora il ritmo di riduzione del disavanzo. Roma, oggi, correttamente non segue le orme di Parigi. Il ministro dell’Economia, Padoan, s’è spesso smarcato da chi appunto chiede senza garantire nulla in cambio. C’è molta più sostanza nelle richieste italiane, sorrette da un’agenda che si annuncia come riformatrice e responsabile. Non come irresponsabilmente piagnona o inutilmente diligente.
E’ ragionevole attendersi, infatti, che la crescita più lenta del pil allontani di qualche decimale il raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale. E’ pure legittimo ritenere che, tra debiti della Pubblica amministrazione da smaltire con più fretta e sgravi fiscali da avviare, un aumento del deficit oggi possa essere compensato da un irrobustimento del gettito fiscale domani. Per questo la richiesta del governo non equivale a un salto nel buio, ma a un investimento. Il pareggio di bilancio, ha ribadito ieri il ministro delle Finanze, Pier Carlo Padoan, di fronte al Parlamento, arriverà nel 2016 a causa di “circostanze eccezionali”. Circostanze spiegate – in negativo – dalla lenta uscita dalla recessione e – in positivo – dalle intenzioni di riforma contenute nel Documento di economia e finanza (Def) fatto, tra l’altro, di un piano di revisione della spesa pubblica, privatizzazioni e con in più la promessa di un recupero di produttività del lavoro. Qualcuno, nell’opposizione, si è sentito scavalcato dall’iniziativa unilaterale di Padoan, ma intanto è un bene che ieri il Parlamento abbia approvato il Def e soprattutto il rinvio del pareggio.
S’aspetta il responso di Bruxelles, che in realtà avrebbe poco da criticare. D’altronde la Commissione ha già concesso deroghe pluriennali sugli obiettivi di deficit (3 per cento sul pil) a sei paesi membri, Spagna e Francia inclusi. I francesi sono sotto procedura per disavanzo eccessivo, ancora lontani dal 3 per cento che l’Italia ha già raggiunto due anni fa; e ora Parigi vuole dilatare ancora il ritmo di riduzione del disavanzo. Roma, oggi, correttamente non segue le orme di Parigi. Il ministro dell’Economia, Padoan, s’è spesso smarcato da chi appunto chiede senza garantire nulla in cambio. C’è molta più sostanza nelle richieste italiane, sorrette da un’agenda che si annuncia come riformatrice e responsabile. Non come irresponsabilmente piagnona o inutilmente diligente.